Tasse trading online: va nella dichiarazione dei redditi?

Sono sempre di più le persone che si avvicinano al mondo del trading online, ma per molte di loro ci sono alcuni aspetti che non sono ancora del tutto chiari: in tanti infatti si chiedono se ci sono delle tasse sul trading online e se i capitali guadagnati con questa attività devono essere inseriti nella dichiarazione dei redditi. L’obiettivo di questo articolo è proprio quello di fare un po’ di chiarezza su questo argomento ed eliminare tutti i dubbi a riguardo, visto che nei tanti ebook che si trovano online spesso viene sottovalutato questo argomento essenziale.

trading

Si pagano le tasse sul trading online?

Se state leggendo queste pagine probabilmente già sapete cos’è il trading online: è la negoziazione digitale di titoli finanziari resa possibile dall’attività degli intermediari (broker) autorizzati dalla Consob. Il broker (che può essere una banca o una società specializzata in questi servizi) mette a disposizione del proprio cliente una piattaforma tramite la quale è possibile visualizzare i titoli presenti sui vari mercati finanziari del mondo e fare operazioni di acquisto o vendita di questi valori in tempo reale e in completa autonomia. Ovviamente su ogni acquisto o vendita l’intermediario si fa pagare una commissione il cui importo di solito è legato alla quantità e al tipo di prodotto finanziario coinvolto.

L’obiettivo dei trader è naturalmente quello di ottenere un profitto dalle loro operazioni, ma attenzione: anche lo Stato vuole la sua parte! E con questa affermazione abbiamo risposto ad uno dei tanti quesiti che si pone chi si avvicina a questo mondo, ovvero se sui guadagni ottenuti con il trading online si devono pagare le tasse. Il discorso può essere ampiamente approfondito perché esistono due tipi di regime fiscale che comportano diverse modalità per l’inserimento nella dichiarazione dei redditi e la liquidazione.

Regime sostitutivo e regime dichiarativo

Nel primo regime che andiamo a prendere in esame il broker assume il ruolo di sostituto d’imposta: in questo caso è infatti l’intermediario che deve individuare la plusvalenza (ovvero il guadagno ottenuto dal trader con le negoziazioni) e su questa deve calcolare l’imposta che lui stesso verserà allo Stato, accreditando al cliente solo l’importo netto. Solo i broker che hanno sede in Italia possono agire da sostituto d’imposta.

Il secondo regime è quello dichiarativo: in questo caso è il trader che deve dichiarare i redditi ottenuti con le negoziazioni attraverso, appunto, la dichiarazione dei redditi, più specificatamente con la compilazione del Modello Unico. Il totale dei corrispettivi va inserito nella sezione II-B (rigo RT41) dove c’è la voce “altri redditi diversi di natura finanziaria”. Quindi il procedimento che bisogna fare per pagare le tasse sul trading online è questo: prima si calcolano le plusvalenze percepite nel corso dell’anno e si calcolano le eventuali perdite, poi va tutto inserito nel Modello Unico e infine si paga l’imposta con il Modello F24.

Ovviamente tra i due regimi non c’è nessuna differenza dal punto di vista economico: si paga lo stesso importo per le tasse sul trading online; di sicuro si può discutere sulla maggiore comodità garantita dal sistema con il broker che agisce da sostituto d’imposta, ma sono molti i trader che preferiscono fare la dichiarazione in maniera autonoma (facilitati anche dal fatto che i broker spesso forniscono tutte e informazioni necessarie per fare il calcolo più rapidamente) o affidandosi ad un consulente di fiducia.

Chi sceglie di affidarsi ad un broker estero (o ad un intermediario italiano che decide di non agire da sostituto d’imposta) e quindi opta per il regime dichiarativo, dopo aver presentato il Modello Unico deve pagare quanto dovuto tramite modello F24: qui devono essere indicati nome, cognome, codice fiscale, data e luogo di nascita, le somme che riguardano l’imposta e il codice 1100 che indica la causale di versamento.

trading

Tasse trading online: aliquota e inserimento nella dichiarazione dei redditi

Il trader deve pagare le tasse sui guadagni derivanti dal trading online nella misura dell’aliquota del 26% sulle plusvalenze di natura valutaria (ovvero sul capital gain); fino a non molto tempo fa l’aliquota per il trading online era del 20%: questo vuol dire che prima un trader che guadagnava 10.000 euro doveva versare 2.000 euro di tasse, mentre ora ne deve paga 2.600. Di sicuro non è poco (in fondo si tratta di un quarto di quanto guadagnato con impegno e fatica), ma se si pensa alle aliquote applicate in altri Paesi si può quasi tirare un sospiro di sollievo: In Francia tra tasse (45%) e contributi sociali (15,5%) i trader posso dire addio fino al 60,5% dei loro profitti, in Irlanda si paga il 33%, in Svezia si arriva fino al 30%. Se la passano meglio nel Regno Unito (18%) e in Svizzera, dove sotto la voce “tasse trading online” troviamo un bel 0%.

Riepilogando: si devono pagare le tasse trading online? Sì. I guadagni derivanti dalle negoziazioni devono essere inseriti nella dichiarazione dei redditi? Sì: i broker italiani di solito agiscono come sostituti d’imposta, quindi calcolano e versano quanto dovuto, mentre i trader che scelgono di affidarsi ad intermediari esteri devono compilare il Modello Unico, calcolare l’importo (applicando un’aliquota del 26% sul capital gain) e pagare tramite modello F24.